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La repubblica di Facebook

Mentre la vostra icona delle notifiche segnalava innumerevoli messaggi e richieste di accesso da parte di applicazioni dedicate a San Valentino, le condizioni d’uso di facebook erano cambiate. In peggio: questo post di Consumerist ne dava conto in modo puntuale, sottolineando le iniziative di protesta degli utenti.

Iniziative che hanno avuto un peso notevole, tant’è vero che, nel giro di poche ore, le condizioni d’uso erano tornate alla versione precedente, accompagnate da un post di Mark Zuckerberg sul blog di Facebook che spiegava i motivi della modifica e dell’immediato passo indietro.

Nel post viene anche segnalata la nascita del gruppo Facebook Bill of Rights and Responsibilities , con lo scopo di raccogliere suggerimenti per le condizioni d’uso descritte come il “governing document” del servizio. L’espressione è ripresa direttamente dal post di Zuckerberg, che si spinge un po’ più a fondo nella metafora:

More than 175 million people use Facebook. If it were a country, it would be the sixth most populated country in the world. Our terms aren’t just a document that protect our rights; it’s the governing document for how the service is used by everyone across the world. Given its importance, we need to make sure the terms reflect the principles and values of the people using the service.

Le condizioni d’uso, in questa interpretazione,  divengono qualcosa di più di un Bill of Rights: una Carta Costituzionale da discutere e costruire con i “cittadini” utilizzatori. Del resto, in questo articolo di commento, segnalato nel wall del gruppo,  si fa diretto riferimento ai Padri Pellegrini.

In un bel post, Luca De Biase individua immediatamente la prima conseguenza di questa impostazione: il primo articolo di questa carta deve dire cosa è Facebook. Ma, sottolinea Luca,  Zuckerberg e gli utenti non sembrano propendere per la stessa definizione.

In un post di lunedì 16 febbraio, Zuckerberg scrive:

One of the questions about our new terms of use is whether Facebook can use this information forever. When a person shares something like a message with a friend, two copies of that information are created—one in the person’s sent messages box and the other in their friend’s inbox. Even if the person deactivates their account, their friend still has a copy of that message. We think this is the right way for Facebook to work, and it is consistent with how other services like email work. One of the reasons we updated our terms was to make this more clear.

Facebook sarebbe uno strumento di comunicazione tra persone simile alla email: una volta che ho spedito un messaggio, posso anche eliminare la mia casella di posta, ma il destinatario del mio messaggio ne avrà ancora la dsponibilità.

Gran parte degli utenti, però, non usano FB come una email: in ogni “wall” si dispiegano dinamiche comunicative a più livelli, più vicine a quelle di una piattaforma di pubblicazione; la recente aggiunta di funzioni di gradimento (Like) spinge ulteriormente in questa direzione.

In più, credo che ci sia un terzo aspetto di Facebook da tenere in considerazione. Gli scorsi anni hanno visto nascere ed affermarsi in rete i grandi repository dei contenuti: YouTube per i filmati, Flickr per le immagini, Delicious per i link. Per uso e dimensioni, Facebook sembra assumere su di sè il ruolo di repository mondiale delle relazioni tra persone. L’apertura di Facebook Connect e l’uso che si comincia a farne, sia come applicazione per l'”area social” di siti (vedi TimesPeople per New York Times) che come sistema di autenticazione per i commenti permette di pensare, come dice Massimo,  che Facebook

punta o potrebbe (dovrebbe) puntare a gestire prima o poi tutta la parte sociale di tutti i siti del mondo, giornali compresi.

A complicare le cose, c’è il fatto che Facebook è una azienda, non una libera associazione. I possibili conflitti affondano in quanto di più caro possiamo avere, le nostre relazioni con altre persone. La discussione e lo sviluppo di questa strana e nuova relazione tra una azienda che può essere vista come uno stato e i diritti dei suoi utenti-cittadini potrebbe segnare davvero una trasformazione profonda di noi stessi, della rete e del nostro quotidiano abitarla.

Friday’s post: il ritorno

Riprendono i post del venerdì dopo la lunga pausa di dicembre. Questa settimana, causa superlavoro, ci limitiamo a segnalare alcuni post interessanti  ripescati nel mare magno dei feed riaperti al nostro ritorno in ufficio 😉

L’ALBUM DEI RICORDI DI UN ALTRO

In un post di inizio dicembre pubblicato su Publising 2.0, (“a blog about the (r)evolution of media, driven by the migration of media to the Web and new digital technologies”), Josh Korr proponeva l’omissione dei riempitivi come una delle chiavi dell’innovazione nell’economia dell’informazione in rete:

“[Newsrooms] no longer have the luxury, in an information-overload world, of wasting readers’ time with non-stories or information readers already know. Readers will simply go somewhere else.”

Tra i “riempitivi”,  Korr non esita a inserire gran parte delle news basate o prelevate da comunicati stampa, il codazzo delle dichiarazioni quotidiane di politici e le riprese di notizie anche mportanti ma prive di aggiornamenti o novità.
“La mia definizione di riempitivo”,  dice, “potrebbe essere l’album dei ricordi di un’altra persona” .

Queste “scrapbook news”, prosegue Korr, potrebbero essere il terreno di sperimentazione per attività di crowdsourcing, lasciando ai lettori il compito di scriverle e al linking quello di riportarle alla luce quando assumano rilevanza.

Il post ha avuto una certa risonanza, e Korr è ritornato a occuparsi delle “scrapbook news” in un nuovo post in cui, oltre a precisare il suo pensiero, segnala un interessante post di obiezioni di John Zhu a cui promette di rispondere. É una conversazione che mi riprometto di seguire.

LA RICERCA NEI SOCIAL MEDIA

Il lancio di WhosTalkin.com , un tool di ricerca nei social media, permette a ReadWriteWeb di impostare un parallelo tra la ricerca in rete in epoca pre-google e le condizioni in cui ci troviamo ora nell’ambito del social media search. É uno spunto interessante, anche se la recensione del servizio è meno accurata rispetto agli standard cui ci ha abituato RWW.
Sempre nell’ambito della social media search, ProgrammableWeb segnala un servizio di mashup tra technorati e notifixious che traccia e notifica le citazioni di nomi, prodotti o aziende nella blogosfera.

DELLA NATURA DEL FUTURO

Infine, ho trovato molto interessanti le considerazioni di Luca De Biase sulle diverse definizioni di futuro presenti nelle versioni inglese, francese e italiana di Wikipedia.

“Where the news is breaking”

Nel momento in cui scrivo, non è ancora chiaro se i terribili eventi di Mumbai si siano conclusi.
Sul piano del rapporto tra gli eventi e la rete, però, qualcosa si è già incominciato a dire.
Jeff Jarvis, in un post programmaticamente intitolato When witnesses take over the news annuncia un intervento a riguardo (update: l’intervento è stato pubblicato), ma ciò che tutti hanno notato, CNN in testa,  è l’importanza assunta dai media sociali nella creazione di un flusso di notizie ininterrotto, spesso di prima mano.
Importanza non significa necessariamente affidabilità: in casi come questo, le osservazioni di prima mano si mescolano ai commenti e alle voci incontrollate; nello stesso tempo, Paul Lewis sul Guardian sottolinea il ruolo di servizio pubblico svolto da numerosi bloggers e twitterers nel fornire aiuto e informazioni, mentre Charles Arthur (sempre sul Guardian; molto interessante anche il pezzo di Jessica Reed) e Dan Gilmor notano soprattutto l’accuratezza e la velocità della pagina dedicata agli eventi da Wikipedia.
TechCrunch afferma chiaramente che:

Twitter isn’t the place for solid facts yet – the situation is way too disorganized. But it’s where the news is breaking.

Amit Varma,  trovandosi a Mumbai, ha seguito e commentato gli eventi sul suo blog,  individua in questo post una debolezza intrinseca nella pratica dell’analisi dell’esperto proposta dalle televisioni:

A media pundit, especially, feels compelled to have a narrative for everything. Everything must be explicable, and television expects instant analysis.
This is foolish, for sometimes events are complicated, and we simply need to wait for more information to emerge before we can understand it. But many of us—not just the pundits—don’t have the humility to accept that. We want to feel in control, at least on an intellectual level, so reasons and theories emerge. But the world is really far too complicated for us. Yet somehow we muddle along.

Dal nostro lato, l’accesso immediato alla parola e dello sguardo dei testimoni che abbiamo sperimentato ha certamente avuto un impatto sulla nostra percezione degli eventi su cui sarà importante, nei prossimi giorni, ragionare.