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semplici conoscenti

La formula del post del venerdì sta cominciando a mostrare la corda: accade troppo spesso che il lavoro mi impedisca di postare o che mi debba limitare, come oggi, a pochi link che non riesco ad approfondire come meriterebbero. Mentre rifletto su una nuovo formula che assicuri più continuità a Mordennau, ecco i link per questa settimana, sempre sul tema del social networking (o, come ho letto in un twit di Hugh McLeod, “social notworking” :-D) :

– Il NewScientist, nella sua rubrica sull’innovazione, riporta qualche esempio di come il social networking può migliorare il mondo;

– [mini]marketing appunta una riflessione, come al suo solito acuta e di buon senso al tempo stesso, sulla presenza dei brand in Facebook;

Wittgenstein parte da una riflessione su Facebook e, attraverso una interessante intuizione di Giovanni Boccia Artieri,  delinea una fase di “normalizzazione” della rete:

Internet si “normalizza”. Viene ricolonizzata dal mondo di prima. I suoi nuovi abitanti, meno coraggiosi e attrezzati, vi ricostruiscono i modelli familiari. Il successo di Facebook è un successo di funzioni semplici e tradizionali: relazioni con vecchi compagni di scuola, album di ricordi, piccole conversazioni, campagne per i cani abbandonati, promozioni editoriali. Il noioso spauracchio del “dove andremo a finire” applicato sulla rete, si rivolge indietro: dove andremo a tornare?

Infine, in questa rassegnina non poteva mancare il primo blog italiano interamente dedicato al social network in blu,  che dopo un periodo prolungato di silenzio ha ripreso a fornire informazioni, punti di vista e curiosità con stile leggero e intelligente.

La repubblica di Facebook

Mentre la vostra icona delle notifiche segnalava innumerevoli messaggi e richieste di accesso da parte di applicazioni dedicate a San Valentino, le condizioni d’uso di facebook erano cambiate. In peggio: questo post di Consumerist ne dava conto in modo puntuale, sottolineando le iniziative di protesta degli utenti.

Iniziative che hanno avuto un peso notevole, tant’è vero che, nel giro di poche ore, le condizioni d’uso erano tornate alla versione precedente, accompagnate da un post di Mark Zuckerberg sul blog di Facebook che spiegava i motivi della modifica e dell’immediato passo indietro.

Nel post viene anche segnalata la nascita del gruppo Facebook Bill of Rights and Responsibilities , con lo scopo di raccogliere suggerimenti per le condizioni d’uso descritte come il “governing document” del servizio. L’espressione è ripresa direttamente dal post di Zuckerberg, che si spinge un po’ più a fondo nella metafora:

More than 175 million people use Facebook. If it were a country, it would be the sixth most populated country in the world. Our terms aren’t just a document that protect our rights; it’s the governing document for how the service is used by everyone across the world. Given its importance, we need to make sure the terms reflect the principles and values of the people using the service.

Le condizioni d’uso, in questa interpretazione,  divengono qualcosa di più di un Bill of Rights: una Carta Costituzionale da discutere e costruire con i “cittadini” utilizzatori. Del resto, in questo articolo di commento, segnalato nel wall del gruppo,  si fa diretto riferimento ai Padri Pellegrini.

In un bel post, Luca De Biase individua immediatamente la prima conseguenza di questa impostazione: il primo articolo di questa carta deve dire cosa è Facebook. Ma, sottolinea Luca,  Zuckerberg e gli utenti non sembrano propendere per la stessa definizione.

In un post di lunedì 16 febbraio, Zuckerberg scrive:

One of the questions about our new terms of use is whether Facebook can use this information forever. When a person shares something like a message with a friend, two copies of that information are created—one in the person’s sent messages box and the other in their friend’s inbox. Even if the person deactivates their account, their friend still has a copy of that message. We think this is the right way for Facebook to work, and it is consistent with how other services like email work. One of the reasons we updated our terms was to make this more clear.

Facebook sarebbe uno strumento di comunicazione tra persone simile alla email: una volta che ho spedito un messaggio, posso anche eliminare la mia casella di posta, ma il destinatario del mio messaggio ne avrà ancora la dsponibilità.

Gran parte degli utenti, però, non usano FB come una email: in ogni “wall” si dispiegano dinamiche comunicative a più livelli, più vicine a quelle di una piattaforma di pubblicazione; la recente aggiunta di funzioni di gradimento (Like) spinge ulteriormente in questa direzione.

In più, credo che ci sia un terzo aspetto di Facebook da tenere in considerazione. Gli scorsi anni hanno visto nascere ed affermarsi in rete i grandi repository dei contenuti: YouTube per i filmati, Flickr per le immagini, Delicious per i link. Per uso e dimensioni, Facebook sembra assumere su di sè il ruolo di repository mondiale delle relazioni tra persone. L’apertura di Facebook Connect e l’uso che si comincia a farne, sia come applicazione per l'”area social” di siti (vedi TimesPeople per New York Times) che come sistema di autenticazione per i commenti permette di pensare, come dice Massimo,  che Facebook

punta o potrebbe (dovrebbe) puntare a gestire prima o poi tutta la parte sociale di tutti i siti del mondo, giornali compresi.

A complicare le cose, c’è il fatto che Facebook è una azienda, non una libera associazione. I possibili conflitti affondano in quanto di più caro possiamo avere, le nostre relazioni con altre persone. La discussione e lo sviluppo di questa strana e nuova relazione tra una azienda che può essere vista come uno stato e i diritti dei suoi utenti-cittadini potrebbe segnare davvero una trasformazione profonda di noi stessi, della rete e del nostro quotidiano abitarla.

Social network

Parlando di Web 2.0 , il web “costruito” dagli utenti, non si può fare a meno di pensare ai social network. Fenomeno partito dal dating, passato per Youtube e approdato a piattaforme come Facebook o MySpace. Su questi network sociali si fanno incontri, si gioca, ci si scambia informazioni, insomma si “vive” una realtà non più virtuale ma che ha agganci con i nostri interessi e la vita di tutti i giorni. Al momento i fondatori o i proprietari di queste piattaforme non stanno guadagnando un euro, ma sicuramente prima o poi arriveranno a monetizzare questa massa incredibile di utenti e pagine. Se qualcuno ambisce a cavalcare la tigre e a tentare la fortuna può costruirsi il suo social network personale andando su http://www.ning.com/. Qui troverà tutti gli strumenti necessari per realizzare la sua idea da milioni di utenti. Good Luck!