ovvero, un post del venerdì dedicato ai technoragazzini
Un bel post intitolato Kids and Technology, pubblicato su End of Cyberspace da Alex Soojung-Kim Pang mi ha riportato in mente il dibattito sulla contrapposizione tra “nativi” e “migranti digitali”.
La questione strettamente relativa alle diciture “nativo” e “migrante”, per quel che mi riguarda, è già stata chiusa da David Thornburg in questo post :
The designation of “digital natives” and “digital immigrants” suggests a difference that is, at best, largely innacurate and, at worst, demeaning to educators.
Nello stesso tempo, Pang descrive, nell’osservazione dei suoi bambini, comportamenti e atteggiamenti sostanzialmente diversi da quelli che possiamo riscontrare in chi “ha visto la tv in bianco e nero” (io l’ho vista con lo stabilizzatore, figurarsi). I sei punti descritti nel post, ovvero:
- Computers are boxes of fun.
Interaction is entertainment.
They’re all thumbs.
Phones are cellular, and wires are stupid.
Videos are what you can watch any time.
Pictures are experiences.
vanno al di là delle conoscenze di questo o quel servizio e, in un certo senso, anche dell’uso più o meno “avanzato” che i ragazzi più giovani possono fare degli strumenti di comunicazione di rete. Sono, piuttosto, indici di mutamenti nella copertura di intere aree semantiche.
Dal mio piccolissimo osservatorio, posso dire che per un certo tempo ho visto il sapere come un albero (questa è letteratura, questa è matematica). Poi come una rete (questo collegamento permette la matematica della letteratura, o viceversa). Poi come un insieme (Se aggiungo la matematica a quel che so, la letteratura cambia).
Il modello di sapere connesso a Google è di tipo ancora differente: è un paesaggio prospettico, visto dalla fessura del campo di ricerca, in cui i frammenti del sapere si collocano in una prospettiva dettata dal page rank come fattore di scala (i primi dieci risultati offuscano il ‘landscape’ lontano e indistinto degli ultimi risultati).
Con il wiki, il panorama acquisisce prospettive contemporanee e contrastanti come in Paolo Uccello o Picasso.
Se quel che viene dopo sia la bidimensionalità di Mirò, il readymade, l’aleatorio del flashmob, il locativo di Gibson o lo spime di Sterling, non mi azzardo a prevedere, né tantomeno a giudicare.
Sarei solo curioso della forma delle loro future poesie.
Altre fonti per questo post:
All’origine della definizione di “nativo digitale”;
Digital Natives Blog (Harvard)
Digital Youth Research (Berkeley)
Un dibattito molto interessante (in italiano)
Un bel post di Scioglilingua (in italiano)
Ah, il prossimo venerdì, niente post, almeno da parte mia, causa ferie
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